Marta - In cerchio

scritto da Barbara.18
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Testo: Marta - In cerchio
di Barbara.18

Il biglietto vincente

Camminava con passo incerto sul marciapiede, oscillando come un pendolo. I lunghi capelli bianchi e arruffati seguivano ondeggiando il ritmo della sua camminata. Sembrava abbastanza stanca da non poterne più, ed erano solo le dieci di mattina. I passanti per lo più la ignoravano, non c’è tempo per la pietà in una città che corre. Solo un bambino, col lecca-lecca e la faccia stropicciata di sonno, la guardava con curiosità. Forse gli sembrava strana, quella donna grassa dall’aria infelice che non somigliava alle donne della sua famiglia. O che gli somigliava troppo. Ad un tratto, la donna si fermò, come se un pensiero improvviso le avesse attraversato la mente. Cominciò a frugarsi nelle tasche, poi si guardò intorno con aria smarrita, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Dopo qualche secondo, tornò indietro e si mise a correre, maldestra e incerta sulle gambe gonfie. Correva come inseguita da un fantasma, pareva dimenticarsi del mondo intorno a lei; si fermò solo davanti al sagrato della chiesa che dominava la piazza vicina alla stazione degli autobus, dove alcuni clochard stavano smaltendo la sbronza nel timido sole di febbraio. Si avvicinò ad uno di loro, il più anziano, e prese a strattonarlo. “Svegliati, ubriacone, svegliati!” gridò. “Che vuoi, Marta, non vedi che schiaccio un pisolino?” L’uomo sembrava ancora sotto l’effetto dell’alcol. “Non vedo nulla,” farfugliò lei, sempre più eccitata,” voglio che ti svegli: hai rubato il mio biglietto. Ridammelo, voglio il mio biglietto!” “Biglietto? Che biglietto, vecchia pazza?” “Quello che si gratta…era un biglietto vincente, lo sai. Lo hai rubato perché mi hai sentito mentre dicevo che ho vinto mille euro.” “Io non so nulla di biglietti, non ti ho rubato nulla, “disse alzandosi a fatica,” ora lasciami in pace.” ” C’eri solo tu vicino a me in quel momento. Forza, dammi il mio biglietto o io…” L’uomo fece il gesto di mandarla al diavolo e si diresse verso il centro della piazza dove una piccola folla di curiosi si era riunita per assistere alla scena. Si piantò davanti a una giovane donna che trafficava con la borsa della spesa. “Ehi, bella signora, ha visto come mi trattano? Un povero vecchio come me! Non avrebbe per caso qualche spicciolo per comprarmi un confortino al bar? Sa, devo riprendermi dallo spavento…” “Non gli dia niente, è un ladro,” Marta lo aveva seguito e ora lo stava prendendo per la manica della camicia logora, “uno schifoso ladro che deruba le donne anziane come me. Io, io…” non fece in tempo a finire la frase: crollò a terra, strabuzzando gli occhi. Intorno a lei si levò un coro di “Poveretta, poveretta!”, mentre la gente, confusa e indecisa sul da farsi, restava immobile. Fu uno studente al secondo anno di medicina, con l’aria di saperla lunga, a prendere l’iniziativa e chiamare un’ambulanza. “Vista l’età apparente, potrebbe essere un ictus,” sentenziò, “meglio che vada al pronto soccorso”. Un’anima pietosa mise un giornale sotto la testa di Marta la vagabonda; qualcuno fece notare con un certo cinismo che, data la sporcizia dei suoi capelli, era una premura piuttosto inutile perché il pavimento della piazza, forse, era perfino più pulito. Quando arrivarono i soccorsi, Marta non aveva ancora ripreso conoscenza. La situazione appariva grave, come notò subito lo studentello saccente. Prima che fosse caricata sull’ambulanza, una donna si frugò nel portafoglio, tirò fuori una moneta da due euro e la infilò nella tasca destra di Marta. “Non si sa mai, “mormorò. “Magari, nonostante tutto, questo è il giorno buono e vince ancora”. Per sua fortuna, Marta non era in grado di mandarla a quel paese.

L’uomo impaziente e la donna alta

“Insomma, quest’ambulanza?” L’uomo sembrava impaziente, non era chiaro se lo fosse perché preoccupato per Marta la vagabonda, o se fosse piuttosto il fatto che un’ambulanza, chiamata per un malore che poteva essere grave, ci mettesse così tanto tempo ad arrivare. “Io dico che non si può stare tranquilli,” rincarò la donna alta accanto a lui,” oggi come oggi bisogna solo sperare di star bene, altrimenti…” La donna alta si dava l’aria di saperla lunga. Viveva nel palazzo vicino, era l’inquilina del piano di sopra di un certo medico dal nome impronunciabile. “Eh, se avessero chiamato lui, invece dell’ambulanza…” diceva alzando il naso in aria come per annusare una verità che solo lei sembrava conoscere. “Signora mia, “ribatteva l’uomo impaziente,” in questi casi si chiama sempre l’ambulanza. Se lei conosce bene questo dottor…dottor…insomma quel medico che ha nominato, se è tanto in confidenza, perché non lo ha chiamato?” “Lo so, dicevo così, per dire. In certi casi bisognerebbe poter fare a modo nostro.” Il signore impaziente la squadrò da capo a piedi, non aprì bocca ma il suo sguardo parlava per lui. Intorno a loro, un coro di bisbigli e rumore di tuoni lontani: da qualche parte, il cielo si stava imbronciando. “Oddio, ci mancava solo la pioggia. Questa poveraccia ora si bagnerà, e quelli non arrivano…” la donna alta ora era più impaziente dell’uomo impaziente. Dopo qualche secondo, il suono della sirena in lontananza annunciò l’arrivo dell’ambulanza. “Finalmente, Dio sia lodato!” la donna alta si fece il segno della croce. “Ma non è detto non nominare il nome di Dio invano?” L’uomo impaziente rideva. La donna alta gli rivolse uno sguardo cattivo. Quando l’ambulanza fece capolino dal fondo della strada, tutti tirarono un sospiro di sollievo. La donna alta si fece avanti per prodigare ai soccorritori i suoi consigli. I soccorritori le ricordarono, semmai se ne fosse dimenticata, che erano loro i sanitari e che sapevano bene quel che facevano; si facesse da parte e li lasciasse lavorare. L’uomo impaziente, invece, se n’era già andato convinto che, con l’ambulanza, cessasse ogni ragione per rimanere lì. La donna alta si rammaricò molto della fredda risposta e si allontanò, pensando fosse meglio tornare a casa, visto che il suo aiuto non era apprezzato. La donna alta aveva un marito, due figli, e una vita tranquilla. Il marito era un bell’uomo, aveva modi gentili, e la tradiva. Fin dai primi tempi del matrimonio. Era riuscito ad esserle fedele solo nel breve periodo della luna di miele, quindici giorni, e poi non più. La donna alta all’inizio si era infuriata, poi si era arresa come un esercito in rotta. Chiudeva gli occhi e pensava alla famiglia come se fosse stata un luogo di trasparente virtù, e andava avanti come al solito, tanto non ce la faceva a fare le valigie, provava sempre e non ci riusciva mai. Quel pomeriggio si era sentita una donna fortunata in confronto a quella povera vecchia raccolta come uno straccio sulla piazza della chiesa. Il marito, quando tornò la baciò come sempre, e come sempre inalberò un sorriso. Sapeva di profumo e di sensualità, ma ora era con lei, il resto non contava. Erano solo nuvole di passaggio le altre donne, i cattivi giorni del tradimento, i brutti pensieri e il dolore silenzioso che ogni volta le trafiggeva il petto.

Rosalind dal largo cappello

La signora col largo cappello agitava le ruches del vestito con le mani magre e nervose, parlava concitatamente con un uomo che le stava accanto, magro e ossuto come lei; era una straniera, una di quelle straniere che lo sono anche nel loro paese perché nessuno riesce a capirle fino in fondo. Svettava su tutti con il suo cappello, e la cosa sembrava piacerle. Voleva distinguersi in mezzo a quella compagnia improvvisata di persone, messe insieme dal caso e dalla curiosità. Veniva da una famiglia importante della quale nessuno aveva mai sentito parlare; indubbiamente doveva essere importante per lei, visto che la nominava in continuazione. Si chiamava Rosalind, non era inglese, non era americana. Il nome era piaciuto al padre, russo di madre inglese; quanto alla madre, nessuno sapeva cosa le piacesse perché se n’era andata dopo la sua nascita. Probabilmente, si intuiva, non le piaceva il marito. Dove fosse nata esattamente, Rosalind dal largo cappello, non era dato saperlo e, in fondo, non importava a nessuno, nemmeno a lei. Il marito era un uomo schivo e gentile che la trattava con ossequioso rispetto, aveva un negozio di scarpe in centro con il quale faceva buoni affari; nel complesso una coppia tranquilla, mai un pettegolezzo su di loro, mai una chiacchiera. Non avevano figli, e questo per qualcuno avrebbe potuto essere un dispiacere, per Rosalind invece era un semplice dato di fatto col quale fare i conti. Era una donna pratica, guardava in faccia la realtà e non si fermava a piangersi addosso. Del resto, lei e il marito non avevano motivo di piangere, vivevano in una bella casa fuori città, con un giardino lussureggiante e quattro cani. Una vita tranquilla, pianificata minuto per minuto. Solo qualche viaggio, tanto per sentirsi vivi. Paesi lontani, mondi lontani. Poi, dopo il fatto, Rosalind decise che era meglio smetterla con certe mete esotiche. Accadde in Africa. Un increscioso incidente che dissuase Rosalind dal fare altri viaggi per un bel po' di tempo. Non valeva la pena, si disse con rammarico, pagare un simile scotto per una vacanza. Capitò che, complice il solito safari fotografico, Rosalind si incapricciò della guida, un certo John, gigante buono che dal suo metro e novanta equamente distribuito su una massa di muscoli allenati, la guardava con aria malandrina. Non che ne fosse attratto, Rosalind non era più una ragazzina e non si poteva considerare bella, quello di John era uno sguardo marpione. Gli era stato raccomandato di usarlo per incantare le signore e incrementare la clientela. Lui, diligente, si dedicava con il dovuto impegno alla missione e, insieme a zebre, leoni e gazzelle, si offriva agli sguardi e agli avidi obiettivi delle turiste come ricordo malizioso di un safari africano. Rosalind non era tipo da apprezzare certi trucchetti. Tranne quella volta, e ci scappò il tradimento. Il marito non seppe mai di quella notte sotto la luna, mentre accadeva il fatto russava sognando il ritorno a casa. Rosalind ebbe cura che non sospettasse nulla, sfuggì alle lenzuola coniugali con l’agilità di una gazzella. Ma era una donna che non amava compromessi e bugie, si pentì quasi subito e non si perdonò della scappatella. Restò in lei il senso di colpa a gravare come un macigno sulla sua coscienza intransigente. Giurò che mai più sarebbe andata in paesi così lontani e suggestivi, si convinse che era meglio scegliere una città, una capitale fenetica e piena di bei musei da visitare percorrendola a piedi, per stancarsi tanto da non rischiare di cedere ad altre tentazioni. Niente più romantici esotismi. Dal 2015, anno fatidico del tradimento, Rosalind impose al marito questo cambiamento. Il marito, che non capiva il motivo di quella svolta, accettò comunque di buon grado perché, lo sapeva, quella moglie dominante non si poteva contrastare. Il giorno del malore di Marta, Rosalind era andata in città per fare acquisti. Dopo aver fatto colazione in un ristorante del centro insieme a un’amica, si era incamminata lentamente verso il grande parcheggio situato dietro il centro commerciale. Procedeva con studiata lentezza, tenendosi con la mano il largo cappello, per godersi appieno la vista delle strade cittadine immerse nella luce morbida del tardo pomeriggio. Attraversando la piazza, si era imbattuta nella piccola folla radunata intorno al corpo esanime di Marta, e aveva voluto saperne di più. Lo spettacolo di Marta a terra l’aveva colpita abbastanza da fermarsi ma non da impietosirsi perché, ne era convinta, ognuno è artefice del proprio destino e se una donna anziana, sporca e malandata, sviene in un luogo pubblico, nella polvere della strada, non può essere che lei la causa della sua sfortuna. Non l’avrebbe mai ammesso, ma una curiosità morbosa la spingeva a restare lì, davanti a quell’ambulanza che caricava il corpo inerme di Marta. Doveva vedere, doveva sapere, nonostante continuasse a dire che lei, di certi spettacoli, avrebbe fatto volentieri a meno. Quando un signore, dalla barba bionda e i capelli bianchi, le fece rispettosamente notare che se uno non vuole vedere qualcosa non sta lì a fissarlo ma se ne va, e di corsa, lei rispose con un cenno piccato della testa. Questo provocò un movimento a onda del cappello, talmente vistoso che, per un attimo, il gruppetto di curiosi distolse lo sguardo dalla povera Marta per rivolgerlo a lei. Rosalind si mostrò infastidita da questa improvvisa attenzione e fece come per andare via, ma qualcosa la trattenne: il braccio di un ragazzo la fermò mentre cercava di attraversare la piazza. L’ambulanza stava partendo, nessuno doveva mettersi in mezzo, nemmeno una signora con un largo cappello.

 L'autista 

L'autista dell'ambulanza faceva quel servizio già da qualche anno, ma era stanco di tutta quella gente stesa lì, su quella barella, a lamentarsi e a piangere. A volte a morire. Non ce la faceva più. "Perché non fai come me?" Il suo amico glielo aveva suggerito, diceva che poi uno si sentiva utile e poteva occupare così il tempo libero, invece di ciondolare al bar, come facevano certi suoi amici. "Queste son cose belle". Ma l'amico non era un'aquila e non capiva che lui non era il tipo adatto. E ora non sapeva come uscirne, pareva brutto tirarsi indietro, rinunciare, così andava avanti, ma bestemmiava ogni volta che toccava a lui prendere l'ambulanza e andare.
"Scemo che sei". La moglie gli diceva così per scherzo, ma lui poi si offendeva e andava al bar. Dopo il bar tornava a casa e non parlava più perché la moglie non lo ascoltava quando era ubriaco, versava la minestra nel piatto e poi guardava un film. Si dicevano le cose necessarie, la lista della spesa e cosa aveva fatto il figlio, poi lei scappava a letto col giornale in mano e lui, in poltrona, dormiva finché il sonno non lo trascinava nello stesso letto. Non erano proprio felici, ma nemmeno infelici. Stavano insieme da dieci anni e non se ne lamentavano, perché in due ci si difende meglio dagli attacchi della vita. La moglie era una brava donna, e lui un brav'uomo. Non c'era altro che si potesse dire su di loro, campavano onestamente, ora c'era anche il volontariato e tanto di cappello. Sempre più spesso gli capitava di pensare che prima o poi poteva toccare anche a lui stare disteso su quella barella, trasportato a tutta velocità verso un ospedale, e allora sì che avrebbe capito cosa si prova. Se lo diceva ogni volta che gli saliva in gola quella rabbia cattiva che gli faceva desiderare di piantare l'ambulanza per strada e scappare via come un ladro. Quel giorno Marta per lui era il terzo caso, forse il meno grave. E meno male perché così, nell'animo, non si doveva portare a casa un altro lutto che non lo riguardava.

Faccia da strega

Faccia da strega era una vecchia signora, la chiamavano così perché aveva un viso angoloso pieno di rughe come ragnatele e lo sguardo spiritato di un'invasata. Ogni pomeriggio faceva una passeggiata in centro, passava dalla piazza perché le piaceva attraversarla in diagonale, come se fosse un rito, e fermarsi a guardare le vetrine dei negozi che si affacciavano lì, su quello spazio ampio, come comari alla finestra. Faccia da strega si chiamava Teresa, era vedova e non aveva figli. Inacidita dagli anni, il carattere, per niente morbido, si era fatto più duro col passare delle stagioni e delle occasioni. Aveva lavorato una vita come impiegata in uno sbiadito ufficio di assicurazione, il tempo da pensionata lo occupava con il giardinaggio e le passeggiate. Si era trovata davanti lo spettacolo inatteso di quella poveraccia stesa a terra, e per la prima volta in vita sua aveva sentito qualcosa muoversi dentro, come se la donna svenuta fosse stata lei stessa. Anche Marta era una donna vecchia e sola, stesa a terra c'era ogni donna vecchia e sola in cerca di qualcuno che si occupasse di lei. Che si accorgesse della sua esistenza. Non ci sono differenze quando ci sono di mezzo la vecchiaia e la solitudine, si è rami dello stesso albero prossimo alla caduta. Aveva le vertigini, tutto sembrava ruotare intorno, ma non era la giostra sulla quale saliva ridendo da bambina. "Signora, si sente male? Se le fa impressione forse dovrebbe allontanarsi". L'uomo la sorreggeva premuroso, temeva davvero che potesse cadere. "Grazie, no, sto bene". L'uomo allora aveva lasciato la presa, continuando ad osservarla ancora per alcuni minuti nella convinzione che non stesse bene affatto. Teresa si era spostata, due passi indietro per sfuggire ai suoi pensieri, alle vertigini. Per la prima volta si era accorta di avere paura di quello che la vita poteva riservarle ora che non era più giovane, di tutta la fragilità che la sua età comportava. L'ambulanza si era allontanata a sirene spiegate, Teresa ora guardava già altrove, oltre la sua paura. Dopotutto Faccia da strega non era tipo da farsi spaventare. Tirò su col naso e si infilò quatta quatta in uno dei tanti vicoli che a raggiera partivano dalla piazza, dileguandosi come un topo che vuole sfuggire a un gatto. La vita non l'aveva ancora gabbata, poteva spremerne qualche altra goccia. Mise il solito muso e si incamminò cupa verso la sua serata.

Lorenzo  
Lorenzo, un ragazzo. Capelli biondi, ricci e sguardo timido. Il padre lo voleva medico, lui stava male quando entrava in ospedale. Lorenzo scriveva poesie, era la sua passione. Si era iscritto alla facoltà di lettere, non si chiedeva cosa avrebbe fatto di quella laurea e stava bene così. Se lo chiedeva il padre, che non perdeva occasione per rinfacciargli la sua scelta. Quel pomeriggio Lorenzo aveva assistito alla scena di Marta esanime. C’era del sangue sul volto della donna, una piccola escoriazione dovuta alla caduta e Lorenzo, oh mio Dio! Non sopportava la vista del sangue, non voleva vedere quello spettacolo.  Ma c’era il suo amore. In mezzo a quella piccola folla di curiosi c’era la ragazza di cui era innamorato. Lei era tutto ciò che lui non era: decisa, forte, brillante. Concreta. ” Ti schiaccerebbe.” Sua madre non aveva peli sulla lingua se si trattava del suo Lorenzo. “Non fa per te, è un bene se non ti vuole”. E non lo voleva, infatti, lui però non riusciva a togliersela dalla mente. Per questo l’aveva seguita di nascosto da casa sua fino alla piazza, per questo aveva sopportato la vista di quella donna a terra, per questo era ancora lì, in attesa di lei che invece temporeggiava parlando con la gente  accorsa sul posto. “Ti succhierà l’anima e la sputerà via”. Sua madre non voleva che il suo poeta diventasse come il marito, duro e senza fantasia. “Sarebbe un bene se si mettesse con lei”. Il padre invece vedeva qualcosa in quella ragazza, in quegli occhi fermi, in quelle spalle modellate dallo sport. Era solida quanto bastava per sostenere anche il figlio. Sperava, ogni giorno, che succedesse qualcosa fra loro. Ma la ragazza si teneva lontana dal mondo  di Lorenzo, forse amava un certo Paolo che studiava ingegneria. L’amore di Lorenzo precipitava come acqua nel fiume dei sogni, la ragazza non sognava e se sognava lo faceva fino a farlo diventare vero. A Lorenzo si piegavano le gambe a vedere quella vecchia disperata accasciata come una povera cosa sulla piazza, sola, senza un cane che la piangesse. Era allo stremo, ma la ragazza era ancora lì. Si chiedeva per quanto ancora avrebbe resistito prima di sentirsi male, prima di scomparire definitivamente ai suoi occhi. Dieci minuti…cinque…un attimo. E sarebbe finita per sempre.

Amore di cane

“Visto, Jack? La tua amica Marta ora è in buone mani. Sei più tranquillo, ora?” Il cane scodinzolava come se avesse capito benissimo cosa aveva detto Giuseppe. “Sì, lo vedo che sei contento. Ora basta scodinzolare o ti si staccherà la coda, ah, ah!” La risata argentina dell’uomo fece voltare l’anziana donna che stava davanti a lui. “Conosceva quella poveretta?” chiese. “Sì, insomma, più che altro la conosceva Jack. Jack è il mio cane.” Disse mostrando con orgoglio il labrador al suo fianco. A settantacinque anni, fisico asciutto e due occhi mobilissimi, Giuseppe era vedovo, senza figli, con il cane Jack come unica compagnia. Abitava in un monolocale al piano terra di un condominio a pochi passi dal centro, viveva della sua pensione e della rendita modesta di alcuni investimenti sicuri fatti dalla moglie, Ernesta, donna molto più capace nella gestione del denaro che in quella della casa. Giuseppe era un uomo con il dono dell’umiltà: consapevole dei propri limiti in fatto di amministrazione dei soldi, aveva lasciato mano libera alla moglie, certo che avrebbe saputo incrementare il loro piccolo capitale. “La conosceva…il cane? Cosa intende, mi scusi?” Lo sguardo interdetto della donna infastidì Giuseppe, che non tollerava dubbi su Jack. “Esattamente quello che ho detto, cara signora. Forse lei non ha mai avuto un cane, di certo non uno come il mio Jack, altrimenti capirebbe. Lui aveva fatto amicizia con quella povera donna, come la chiama lei. Il suo nome è Marta. Jack un giorno si avvicinò a Marta e cominciò a farle le feste, lei lo accarezzò e da allora ogni volta che lo porto a passeggio e la incontriamo, il mio cane le fa le feste e lei lo accarezza. Proprio così, Marta ha sempre una carezza per Jack. Si amano, ecco. Chi è amato da Jack per me è un amico, chiunque sia, perché Jack non si lascia fregare, eh, no! Jack lo sente se una persona è buona o cattiva, e se si avvicina, se le fa le feste allora vuol dire che è buona e merita la mia amicizia.” La donna lo ascoltava con aria annoiata, mentre il cane si era messo sugli attenti, in posizione impettita. “Così lei era amico di quella…quella…Marta?” “Sissignora, gliel’ho detto: era amica di Jack e chi è amico di Jack…” “Sì, ho capito, è amico suo. Bene, si è fatto tardi, ora devo andare. La lascio, caro signore, mi stia bene. E mi saluti la povera Marta, quando la rivede.” La donna si allontanò sottobraccio a una ragazza, forse la nipote. A Giuseppe parve di sentirle dire sottovoce, con aria di compatimento, che certi uomini anziani e soli si attaccano a tutto, perfino a una senzatetto e a un cane pur di colmare il vuoto della solitudine. “Sentito, Jack? Quella non capisce niente. Non sa di cosa parla. Noi non siamo soli, Jack. Siamo due, e siamo insieme. Uniti. Non sa di cosa parla. Crede di essere più felice di noi. Ma noi stiamo bene insieme, eh, Jack? Nessuno potrà mai separarci. Siamo una famiglia, sì, una famiglia. Vieni, amico mio, ora ti porto a casa. Andiamo a preparare la nostra cena, eh? Come ogni sera. Sempre insieme, noi due”. Il cane lo guardava, qualunque cosa volessero dire i suoi grandi occhi umidi, per Giuseppe erano la misura stessa dell’amore totale e incondizionato di cui aveva bisogno. Non gli serviva altro per campare.

L' innocenza dei bambini

 Il bambino Claudio teneva stretta la mano della madre. Aveva paura dei malati, di morti non ne aveva mai visti. Della morte capiva solo che catturava la gente e non la rimandava più a casa perché ammazzava chi le capitava a tiro. Brutta, cattiva, e vecchia. La donna che l'ambulanza portava via era vecchia come la morte ma non doveva essere cattiva, però era strana perché non aveva una casa e non dormiva in un letto come tutti, chissà perché. Non erano faccende da bambini, queste, secondo la mamma, ma a lui non piaceva essere tenuto all'oscuro perché poi non ci capiva nulla nei discorsi dei grandi.  Anche ora, con quella donna che viaggiava sull'ambulanza come un pacco, pensava di non doversi interessare, ma lo incuriosivano tante cose. Avrebbe voluto salire su quella specie di autobus per gente che sta male e usare anche lui la sirena e farsi spazio nel traffico, darsi importanza e dire poi a scuola che lui era salito là sopra. Ma la mamma lo tirava già via da lì e l'ambulanza era partita a grande velocità senza di lui, un bambino che avrebbe potuto fare il grande, per una volta.

 Mani di ladro

Gino si sentiva un verme, forse la vecchia Marta si era sentita male a causa sua, della sua mano lesta che aveva rubato il biglietto. La sua faccia da furetto sprizzava contrizione e paura insieme. Non aveva fatto una bella cosa, Marta avrebbe potuto morire, forse, e lui sarebbe stato l’unico responsabile. Lui e il suo viziaccio di rubare. Tutta colpa della mancanza di denaro che gli dava il tormento, il furto era l’unica maniera che conosceva per alleviarlo. L’idea che la donna potesse morire lo fece rabbrividire, ma gli sembrò ancora più inquietante il pensiero che potesse riprendersi e decidere di dargli la caccia. Nonostante tutto, non voleva rinunciare al biglietto, e aveva paura di quella donna inferocita: infondo era un omino piccolo e malfermo sulle gambe, chiunque, con una piccola spinta, sarebbe riuscito a buttarlo a terra. La sua storia di ladro era piena di uomini e donne che lo avevano rincorso per riprendersi la refurtiva. Puntualmente, riusciva a a salvarsi, ma c’è sempre una prima volta. E Marta era un osso duro, non si scherzava con lei. C’era una sola cosa da fare: sparire. Solo che non aveva soldi per prendere il treno, e viaggiare gratis non era facile, bisognava mettere in conto di essere beccato e scaricato alla stazione successiva, tratta dopo tratta, finché non fosse riuscito a mettere qualche decina di chilometri fra lui e Marta. Non appena l’ambulanza si fu allontanata, Gino prese a correre a perdifiato; nessuno gli badava, ma lui si voltava in continuazione come se lo inseguisse una muta di cani. Era spaventato, la coscienza sporca gli rimordeva e gli faceva vedere fantasmi. Alla stazione si sedette su una panchina di legno piena di scritte. Prima o poi un treno sarebbe passato e lui ci sarebbe saltato sopra, badando bene a non farsi notare dal controllore. Con un po' di fortuna, sarebbe riuscito a non farsi scoprire perlomeno per due o tre fermate. Nella tasca il biglietto vincente sembrava tintinnare come argento vivo. Era la prova della sua colpa, ma anche la sua ancora di salvezza, non appena avesse capito come fare per incassarlo. Tempo al tempo, si disse, con un po' di calma sarebbe stato capace di cavarci qualcosa, poi, dopo aver lanciato uno sguardo al cielo che si stava imbronciando, tirò fuori un mezzo sigaro da una certa borsaccia di plastica e si mise in attesa.

Non tutto il male…

 Marta aprì gli occhi sullo sguardo azzurro del soccorritore. “Come si sente, signora?” La donna si guardò intorno, poi fece per alzarsi dalla barella. “No, stia tranquilla, siamo in ambulanza,” disse occhi azzurri,” la stiamo portando in ospedale.” “In ambulanza, cos’è successo?” chiese la donna. “Ha avuto un malore, è svenuta, hanno chiamato l’ambulanza per soccorrerla. La portiamo in ospedale per vedere come mai si è sentita male.” “Il biglietto, dov’è il mio biglietto?” “Quale biglietto? Noi non abbiamo trovato nessun biglietto. Cerchi di non agitarsi, in ospedale si prenderanno cura di lei, la rimetteranno in forma, così poi potrà tornare a ca…potrà essere dimessa, ecco.” “Il biglietto, quella carogna di Gino me l’ha rubato, io…io…voglio andare alla polizia!” urlò, tentando di nuovo di mettesi in piedi. “Così non va, davvero! Deve restare calma o starà ancora male. Un po' di pazienza, stiamo per arrivare”. Occhi azzurri ora la guardava con aria severa, Marta capì che non era il caso di insistere. Non gli disse che in due giorni aveva mangiato solo un panino e che forse era svenuta per la debolezza. La situazione sfuggiva al suo controllo, del biglietto non c’era traccia e quel verme di Gino chissà dov’era a quest’ora. Non poteva farci nulla, schiumava di rabbia, ma non poteva farci nulla. Riflettendoci, realizzò che, dopotutto, la barella dove era distesa era più comoda della panchina dove passava le sue notti tormentate, in ospedale avrebbe avuto un letto ancora più comodo, tutto per lei, e pasti regolari. Forse le conveniva stare al gioco: non aveva offerte migliori, al momento.
Non ne aveva avute da quando, giovane donna in fuga da un matrimonio infelice, era scappata da una casa dove il lusso era una trappola e lei la preda che era rimasta imprigionata. Aveva sposato uno degli scapoli più ambiti della sua città, esponente di successo di una famiglia facoltosa e potente. Lo volevano tutte. Aveva scelto lei. A distanza di tanto tempo da quei giorni di esaltazione romantica, non sapeva dire se all’epoca ne era stata davvero innamorata o se si era trattato solo di una specie di infatuazione, uno scivolone sulla pietra usurata dell’eterno mito del principe azzurro. Non ci volle molto a capire che Marcello non aveva proprio nulla, a parte i soldi, del principe azzurro. Un narcisista di quarant’anni che aveva comprato col fascino del denaro e del potere la bellissima figlia diciottenne di una famiglia modesta. Una bambola da vetrina. Un’altra al suo posto si sarebbe rassegnata e, facendo due conti, avrebbe deciso di non pensarci più e di godersi i soldi, magari consolandosi con un giovane amante. Lei no. Era giovane, e tenera come un agnellino. Quando si rese conto dell’errore che aveva fatto, quando realizzò di essere troppo infelice per poterlo sopportare, ebbe la bella idea di iniziare a bere.
Piano piano, quasi senza accorgersene, si ritrovò a non poterne più farne a meno. L’alcol diventò una consolazione e un rifugio. Difficile abbandonarlo, più facile scappare come una ladra da quelle mura cariche della sua rabbia. Un giorno il marito disse che l’avrebbe fatta ricoverare in una clinica all’estero per disintossicarsi: per Marta non ci furono più dubbi su ciò che avrebbe dovuto fare. Una mattina sgusciò via dal portone come un gatto e se ne andò. Con il solo vestito che aveva addosso e pochi soldi nel portafoglio. Prese un treno, uno qualunque, e partì in cerca di un’altra vita. Lasciò tutto dietro di sé, tranne la bottiglia. Sbarcata in una città dove non conosceva nessuno, fece mille lavori e da mille fu cacciata. Beveva ancora, anche al lavoro. Non fu difficile trovarsi per strada, all’inizio quasi non si rese conto della differenza fra la topaia nella quale viveva e il sottopasso della stazione che divideva con altri fantasmi come lei. Giorno dopo giorno, il luogo dove si trovava diventò per lei lo sfondo di un sogno liquido, un’allucinazione perenne. Tutto era uguale e indifferente. L’importante era bere. Era diventata parte anche lei dell’esercito degli invisibili. Se il marito l’aveva cercata o no, dopo la sua fuga, non sapeva dirlo e non le importava. Probabilmente, pensava, era stato un sollievo per lui essersi liberato di una donna che non poteva più essere il suo fiore all’occhiello.
Da allora, gli anni erano rotolati via senza storia, tutti uguali e sporchi di dolore. La vecchiaia l’aveva trovata sulla strada, il posto dove probabilmente sarebbe finita la sua esistenza. Quindi, perché adesso avrebbe dovuto opporsi a un destino che la voleva lì, su quell’ambulanza? Qualunque cosa le fosse successa, non era poi un gran male, visto che la portava ad avere un tetto sulla testa, cibo decente e un letto vero, almeno per un po' di tempo. Il biglietto, ormai, era perso. Prima o poi avrebbe ritrovato quel disgraziato di Gino, e allora…non sapeva cosa avrebbe fatto, ma qualcosa avrebbe fatto. Ora non era il momento di farsi il sangue amaro con quella storia, c’era da godersi una specie di vacanza, le infilassero pure i loro aghi dappertutto, le mettessero le mani sulla pancia e quel coso freddo sul petto per ascoltarle il cuore: era un prezzo che pagava volentieri, in cambio di tutto quello che avrebbe avuto da loro. L’unico problema era che non le avrebbero permesso di bere, ma si poteva risolvere. Nel gruppo dei poveri cristi che la notte bivaccavano nel sottopasso le notizie si diffondevano velocemente, di sicuro sapevano già cosa le era successo e dove l’avevano portata. La strada è pettegola e non manca mai di tenere informati i suoi abitanti. Qualcuno fra loro sarebbe venuto a trovarla, se non altro per saperne di più, allora lei gli avrebbe chiesto di portarle della birra che poi avrebbe nascosto sotto le coperte, o in qualunque altro posto le sembrasse al riparo dagli occhi di quella brava gente. Quanto a berla, il modo lo avrebbe trovato, diventava furba quando si trattava di bere. Socchiuse gli occhi, quel giaciglio confortevole invitava a fare un sonnellino. La notte precedente non aveva dormito molto, malgrado l’alcol che aveva in corpo, con quella pazza di Rachele ubriaca fradicia che andava su e giù gridando come un’indemoniata. Anche il sonno faceva parte del lusso che non poteva concedersi, ogni notte doveva stare all’erta perché c’era sempre qualcuno che voleva impossessarsi della sua panchina, bisognava essere pronti a lottare per la postazione. In quel luogo asettico, non c’era nessuno a contenderle il posto. Era solo suo. Si guardò intorno: occhi azzurri stava parlando con un’infermiera, a parte un vago odore di medicinale, tutto era pulito e gradevole intorno a lei. Il sonno le cadde sugli occhi come un velo, si addormentò. Si svegliò una decina di minuti dopo, quando arrivarono in ospedale, tra le imprecazioni dell’autista contro la gente che non lascia passare l’ambulanza. Qualcuno la trasportò come una regina sulla barella fino a una stanza dove la stavano aspettando per prendersi cura di lei.

Marta - In cerchio testo di Barbara.18
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